La competenza cambia il rapporto con la paura
Qualche anno fa, davanti a un tratto esposto di una ferrata, il mio primo pensiero sarebbe stato:
«E se non ce la faccio?»
L’altro giorno, sulla ferrata Masaré, in Val di Fassa, mi sono accorto che qualcosa era cambiato.
Non perché la ferrata fosse diventata facile. E nemmeno perché avessi smesso di avere paura.
Semplicemente, la paura non era più il centro della scena.
Guardavo la roccia, cercavo un appiglio, provavo un movimento e correggevo. Nei camini controllavo gli spazi. Nei tratti più esposti osservavo dove mettere i piedi prima di spostare il peso.
Nel frattempo riuscivo perfino a fermarmi, fare fotografie e guardare il paesaggio.
La parete era ancora lì. L’esposizione anche. A essere diverso era il modo in cui mi muovevo dentro quella situazione.
Ed è lì che ho pensato a quanto questo assomigli al lavoro.
La paura restringe il campo
Quando non abbiamo familiarità con una situazione, la paura tende a occupare tutta la nostra attenzione.
Vediamo soprattutto ciò che può andare storto. Ci irrigidiamo. Cerchiamo una soluzione sicura prima ancora di avere osservato bene il problema.
Ogni passaggio sembra definitivo: o trovo subito l’appiglio giusto, oppure rischio di non farcela.
L’esperienza cambia questa percezione.
Non elimina il rischio e non rende semplice ogni movimento. Permette però di vedere più possibilità: un appiglio che prima non avremmo considerato, una posizione diversa del corpo, un movimento da provare senza dover essere certi in anticipo che funzionerà.
Sulla Masaré non conoscevo già la soluzione di ogni passaggio. Avevo però abbastanza esperienza per osservare, fare un tentativo, capire se il movimento fosse corretto e, se necessario, cambiare.
È una forma di sicurezza diversa dalla certezza.
Non nasce dal pensiero che tutto andrà bene. Nasce dalla fiducia di avere gli strumenti per leggere ciò che sta accadendo e rispondere in modo adeguato.
Essere competenti non significa avere già tutte le risposte
Nel lavoro riconosco la stessa differenza.
Quando affrontiamo un progetto nuovo, la prima reazione può essere quella di cercare una certezza preventiva: individuare subito la strategia giusta, prevedere tutte le conseguenze ed evitare ogni errore.
Ma la competenza raramente funziona così.
Essere competenti non significa avere già incontrato quella situazione precisa. Significa possedere abbastanza metodo ed esperienza da saperla leggere.
Vuol dire capire quali informazioni mancano, distinguere un rischio concreto da un timore generico, formulare un’ipotesi, verificarla e cambiare direzione quando i risultati non confermano ciò che avevamo previsto.
Succede quando costruiamo una nuova offerta, avviamo una campagna, entriamo in un settore diverso o proponiamo un servizio a un potenziale cliente.
Non possiamo sapere in anticipo quale messaggio riceverà più risposte, quale canale funzionerà meglio o dove emergerà il primo ostacolo.
Possiamo però evitare di procedere alla cieca.
Possiamo raccogliere dati, parlare con le persone, definire un esperimento circoscritto e osservare ciò che accade.
La sicurezza professionale non consiste quindi nel poter dire:
«So già come andrà».
Consiste nel poter dire:
«Non so ancora come andrà, ma so come scoprirlo».
La certezza arriva spesso troppo tardi
Pensiamo all’acquisizione di un nuovo cliente.
Possiamo passare settimane a perfezionare il sito, la presentazione e l’offerta, aspettando di sentirci finalmente pronti.
Ma finché non iniziamo a confrontarci con persone reali, non sappiamo quali problemi considerino prioritari, quali parole usino per descriverli e che cosa impedisca loro di scegliere.
In questo caso, fare esperienza non significa inviare cento messaggi senza criterio.
Significa individuare interlocutori coerenti, costruire una proposta fondata, iniziare alcune conversazioni e usare le risposte — comprese quelle negative o assenti — per migliorare il passo successivo.
Ogni riscontro diventa un appiglio informativo.
Non garantisce il risultato, ma permette di leggere meglio la situazione.
Lo stesso vale per una strategia. Sulla carta possiamo costruire un piano solido, ma solo la realtà ci dirà quali ipotesi reggono e quali devono essere corrette.
Una strategia non è competente perché prevede tutto. È competente quando contiene anche un modo per osservare, imparare e cambiare.
Non è un invito a buttarsi
La ferrata può trasformarsi facilmente in una metafora motivazionale: affronta la paura, credi in te stesso, supera i tuoi limiti.
Ma in questa lettura manca un pezzo essenziale.
In ferrata ci sono casco, imbrago e set di sicurezza. Ci sono tecnica, preparazione, progressione e attenzione alle condizioni. Ci sono passaggi che possiamo affrontare e altri per i quali potremmo non essere ancora pronti.
La fiducia non sostituisce questi elementi. Si costruisce anche grazie a essi.
Nel lavoro vale la stessa distinzione.
Fare esperienza non significa prendere decisioni impulsive e sperare che vadano bene. Significa creare le condizioni per sperimentare senza affidare tutto al caso: studiare il contesto, utilizzare i dati disponibili, definire margini di rischio, confrontarsi con le persone coinvolte e verificare gli effetti delle proprie scelte.
Il coraggio senza struttura non è crescita. È incoscienza.
Allo stesso tempo, nessuna struttura può eliminare completamente l’incertezza.
Arriva un momento in cui bisogna muoversi con le informazioni che abbiamo, sapendo che il percorso restituirà elementi che prima non potevamo vedere.
La sicurezza arriva dopo, non prima
Ripensando alla Masaré, la differenza più importante non è che oggi provo meno paura.
È che non ho più bisogno di aspettare che la paura scompaia per agire.
Posso riconoscerla senza lasciarle decidere dove guardare. Posso dedicare attenzione alla roccia, agli appigli, al corpo e alle condizioni del percorso.
Posso provare un movimento senza viverlo come un giudizio definitivo sulle mie capacità.
E posso anche fermarmi a guardare il paesaggio.
Forse crescere professionalmente non significa eliminare l’incertezza.
Significa diventare abbastanza competenti da non doverla più evitare.




